Non è semplicemente “un uomo che spiega qualcosa a una donna”

Una conversazione può sembrare perfettamente normale e, nello stesso tempo, contenere una sottile dinamica di potere. Qualcuno spiega, corregge, interrompe, semplifica. L’altra persona ascolta, magari prova a intervenire, ma scopre progressivamente che la sua competenza è stata data per inesistente prima ancora che potesse dimostrarla.

È in situazioni come queste che viene spesso utilizzato il termine mansplaining, parola inglese nata dall’unione di man (uomo) ed explaining (spiegare). Indica, in particolare, il comportamento di un uomo che spiega qualcosa a una donna con un atteggiamento paternalistico o condiscendente, presumendo che lei ne sappia meno, anche quando non esiste alcun motivo per pensarlo o quando è proprio la donna a possedere maggiore esperienza sull’argomento.

La distinzione è importante. Non ogni spiegazione di un uomo a una donna è mansplaining. Il problema non è il genere di chi parla in sé, né il semplice fatto di spiegare qualcosa: è l’asimmetria implicita nella comunicazione, quando la competenza dell’altra persona viene sottovalutata sulla base di un presupposto anziché della realtà.

Una parola recente per una dinamica molto più antica

Il termine si è diffuso soprattutto a partire dalla fine degli anni Duemila, anche in seguito al dibattito suscitato da un celebre saggio della scrittrice statunitense Rebecca Solnit. La parola mansplaining non compariva nel testo originario, ma il racconto descriveva perfettamente il meccanismo che avrebbe poi assunto questo nome: un uomo spiegava con grande sicurezza a una donna un libro importante senza rendersi conto che l’autrice di quel libro era proprio la donna che aveva davanti.

L’episodio è diventato emblematico perché mostra un meccanismo psicologico più sottile dell’insulto esplicito. Chi fa mansplaining può persino essere convinto di essere disponibile e gentile. Ciò che manca è il riconoscimento dell’altro come interlocutore competente.

Il fenomeno può manifestarsi sul lavoro, nelle università, nelle relazioni sociali e persino all’interno della coppia. Una professionista può vedersi spiegare aspetti elementari del proprio mestiere; una donna può essere interrotta mentre parla di un argomento che conosce approfonditamente; un’idea può essere ignorata e successivamente accolta quando viene riproposta da un uomo.

Non sempre questi comportamenti sono intenzionali. Proprio per questo sono interessanti dal punto di vista psicologico: mostrano quanto stereotipi e bias sociali possano orientare il comportamento senza che ne siamo pienamente consapevoli.

Cosa succede a chi viene continuamente trattato come meno competente

Un singolo episodio può provocare irritazione. La ripetizione sistematica, però, può avere conseguenze più profonde.

Essere frequentemente interrotti, corretti senza motivo o trattati come se si sapesse meno degli altri può generare frustrazione e progressivamente indebolire la sicurezza con cui si esprimono le proprie idee. In alcuni ambienti la persona può iniziare a parlare meno, evitare di esporsi o prepararsi eccessivamente prima di intervenire, perché sente di dover continuamente dimostrare di meritare credibilità.

Si crea così un paradosso: chi possiede una competenza può arrivare a dubitare di sé, mentre chi la sottovaluta può esprimersi con assoluta sicurezza.

Questo fenomeno si intreccia con qualcosa di più ampio: il rapporto tra competenza percepita e autorevolezza sociale. Non sempre valutiamo un’affermazione esclusivamente per il suo contenuto. Anche genere, ruolo, età, tono della voce e status possono condizionare inconsapevolmente il valore che attribuiamo alle parole di qualcuno.

Come riconoscere il mansplaining senza trasformarlo in un’etichetta universale

La crescente diffusione del termine comporta anche un rischio: utilizzarlo per definire qualsiasi divergenza o spiegazione indesiderata.

Per capire se siamo realmente davanti a una dinamica di mansplaining è più utile osservare il contesto. La persona ha verificato cosa conosce già il proprio interlocutore? Ascolta le sue risposte? È disponibile a riconoscerne la competenza? Oppure continua a spiegare dall’alto verso il basso, interrompe e presume di saperne di più senza averne motivo?

Una comunicazione sana non richiede che tutti possiedano le stesse conoscenze. Richiede però reciprocità. Posso spiegare qualcosa che conosco meglio di te e, nello stesso tempo, riconoscere senza difficoltà che su un altro argomento sei tu ad avere maggiore esperienza.

È proprio questa capacità di modificare la propria posizione sulla base di ciò che l’altro porta nella conversazione a distinguere il confronto dalla svalutazione.

Imparare a occupare il proprio spazio nella conversazione

Quando ci si trova ripetutamente davanti a comportamenti condiscendenti, può essere utile imparare una comunicazione assertiva. Non è necessario reagire con aggressività: spesso è sufficiente riportare la conversazione sul piano della realtà.

Dire chiaramente di conoscere già l’argomento, terminare un ragionamento dopo essere stati interrotti o ricordare la propria competenza professionale significa stabilire un confine. L’assertività permette di proteggere il proprio spazio senza trasformare necessariamente il confronto in uno scontro.

Ma esiste anche una domanda che riguarda tutti noi: quanto siamo realmente capaci di ascoltare prima di spiegare?

Il mansplaining, infatti, può diventare un’occasione per riflettere sui nostri automatismi comunicativi. Prima di correggere qualcuno possiamo chiederci se quella persona abbia davvero bisogno della nostra spiegazione. Prima di presumere che non sappia, possiamo domandare. Prima di interrompere, possiamo ascoltare fino alla fine.

Sono comportamenti semplici, ma modificano profondamente la qualità delle relazioni.

Il rispetto non consiste nel rinunciare alle proprie competenze, bensì nel riconoscere anche quelle dell’altro.

Ed è forse questa la questione psicologica più interessante dietro una parola diventata così popolare: una conversazione autentica comincia quando smettiamo di decidere in anticipo chi ha qualcosa da insegnare e chi dovrebbe soltanto ascoltare.

 

Dott.ssa Francesca Milizia
Psicologa – Psicoterapeuta
Sessuologa – Terapeuta EMDR
Riceve a Roma, Palestrina e Valmontone
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