Lamentarsi è un comportamento umano comune. Serve a condividere disagio, cercare ascolto, alleggerire una tensione.
Tuttavia, quando il lamento diventa abituale e ripetitivo, smette di essere uno sfogo e può trasformarsi in un vero e proprio stile mentale che incide sul funzionamento del cervello.
La neuroscienza e la psicologia clinica mostrano che il modo in cui pensiamo e parliamo influisce direttamente sulle reti neurali che utilizziamo di più. In altre parole, il cervello impara ciò che alleniamo.

Cosa succede nel cervello quando ci lamentiamo spesso
Il lamento continuo mantiene il cervello in uno stato di attivazione dello stress. Ogni volta che riviviamo verbalmente un problema senza elaborarlo, riattiviamo le stesse aree coinvolte nella risposta di allarme.
L’amigdala, centro della paura e delle emozioni primarie, resta iperattiva. Questo rende la persona più reattiva, irritabile e meno capace di tollerare frustrazioni.
Parallelamente, la corteccia prefrontale, deputata alla regolazione emotiva e al problem solving, tende a funzionare meno efficacemente.

Il risultato è un circolo vizioso: più ci si lamenta, più il cervello diventa predisposto a vedere ostacoli, ingiustizie e minacce.
Neuroplasticità: il cervello si adatta al lamento
Uno dei concetti chiave confermati dalla ricerca neuroscientifica è la neuroplasticità. Le connessioni neuronali che utilizziamo di più diventano più forti.
Se il pensiero dominante è “va tutto male”, il cervello rafforza automaticamente i percorsi legati al pessimismo e alla ruminazione.
Questo non significa che lamentarsi “rovini” il cervello in modo irreversibile, ma che lo orienta. Nel tempo, il pensiero negativo diventa più rapido, automatico, meno filtrabile.
Il legame con ansia e umore depresso

Il lamento cronico è strettamente collegato a stati di ansia e a forme di umore depresso.
Non perché il lamento sia la causa unica, ma perché mantiene la mente ancorata al problema senza permettere una reale elaborazione emotiva.
Dal punto di vista psicologico, lamentarsi continuamente è spesso un modo per restare in contatto con una sofferenza che non si riesce a trasformare. Il disagio viene ripetuto, ma non simbolizzato né integrato.
Lamentarsi, infatti, non è la stessa cosa che esprimere un’emozione.

Esprimere un’emozione implica riconoscerla, darle un nome e comprenderne il significato. Il lamento, invece, tende a rimanere su un piano circolare: racconta il problema senza aprire uno spazio di cambiamento.
Questo spiega perché, dopo averci lamentati molte volte, spesso non ci sentiamo meglio, ma più stanchi e svuotati.
Il ruolo della psicoterapia
La psicoterapia aiuta a distinguere tra il bisogno legittimo di esprimere un disagio e il meccanismo automatico del lamento.
Il lavoro clinico permette di trasformare il linguaggio ripetitivo in consapevolezza emotiva, restituendo al cervello la possibilità di costruire nuove risposte.

Quando il lamento è legato a esperienze stressanti o traumatiche, l’EMDR può favorire una rielaborazione profonda delle memorie che mantengono attiva la risposta di allarme, riducendo la necessità di ripetere il disagio.
Allenare il cervello al cambiamento

Il cervello non distingue tra ciò che è vero e ciò che è ripetuto. Per questo motivo, imparare a interrompere il lamento automatico non significa “fare finta che vada tutto bene”, ma scegliere consapevolmente dove dirigere l’attenzione.
Cambiare linguaggio interno significa cambiare progressivamente assetto mentale.
Il lamento cronico non è una colpa, ma un segnale: indica che qualcosa chiede di essere ascoltato in modo più profondo.
Dott.ssa Francesca Milizia
Psicologa – Psicoterapeuta
Sessuologa – Terapeuta EMDR
Riceve a Roma, Palestrina e Valmontone
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