Il Disturbo Somatoforme da Conversione, oggi denominato Disturbo da Sintomi Neurologici Funzionali, è una condizione psicologica in cui una sofferenza emotiva profonda si esprime attraverso sintomi fisici di tipo neurologico, senza che vi sia una lesione organica che li giustifichi.

Parliamo di sintomi reali, spesso improvvisi e molto invalidanti, che non sono volontari né simulati. Il corpo, in questi casi, diventa il luogo in cui l’emozione non mentalizzata trova una via di espressione.

Che cos’è il disturbo da conversione

Secondo il DSM-5-TR, il disturbo da conversione è caratterizzato dalla presenza di uno o più sintomi che alterano le funzioni motorie o sensoriali, incompatibili con condizioni neurologiche note.
La diagnosi non si basa sull’idea che “non ci sia nulla”, ma sul fatto che il funzionamento del sistema nervoso è alterato a livello funzionale, non strutturale.

Il termine “conversione” indica proprio il processo attraverso cui un conflitto emotivo o uno stress intollerabile viene “convertito” in sintomo corporeo.

Come si manifesta

I sintomi possono assumere forme diverse e spesso sorprendenti. Possono comparire paralisi, debolezza muscolare, difficoltà nel camminare, perdita della voce, tremori, crisi simil-epilettiche, disturbi della vista o della sensibilità.
Questi sintomi tendono a comparire in modo improvviso, spesso in concomitanza con eventi emotivamente significativi, anche se non sempre riconosciuti come tali dalla persona.

Un aspetto caratteristico è che il sintomo può apparire sproporzionato rispetto allo stato emotivo consapevole: la persona può dire di “stare bene”, mentre il corpo manifesta un blocco evidente.

Il ruolo dell’emozione non elaborata

Alla base del disturbo da conversione vi è spesso una difficoltà a riconoscere, esprimere o tollerare emozioni intense come paura, rabbia, dolore, senso di colpa o conflitti interpersonali.
In alcune storie cliniche emergono traumi, perdite, situazioni di forte pressione o ruoli di vita vissuti come obbliganti e senza via di uscita.

Il corpo, in questo senso, non inganna: protegge. Il sintomo interrompe, blocca, mette in pausa una situazione psichica vissuta come insostenibile.

Perché non è simulazione

Uno dei rischi maggiori per chi soffre di questo disturbo è sentirsi non creduto.
Il disturbo da conversione non è finzione, non è volontà di attirare attenzione e non è “tutto nella testa” nel senso svalutante del termine. Le neuroimmagini mostrano alterazioni reali nei circuiti cerebrali coinvolti nel movimento, nella percezione e nel controllo volontario.

Il corpo reagisce come se il segnale fosse reale, perché lo è.

Il ruolo della psicoterapia

La psicoterapia è il trattamento elettivo per il disturbo da conversione. Il lavoro terapeutico non mira a “eliminare il sintomo”, ma a comprenderne la funzione e il significato all’interno della storia della persona.

Attraverso un percorso graduale, il paziente viene aiutato a sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva, a riconoscere i segnali di stress e a costruire modalità più adattive di gestione delle emozioni.

In presenza di eventi traumatici o stress acuti, l’EMDR è particolarmente indicato, perché consente di rielaborare le esperienze che hanno attivato la risposta di conversione, riducendo l’intensità del sintomo senza forzarlo.

Una possibilità di integrazione

Il disturbo da conversione non è una condanna permanente. Con un trattamento adeguato, molte persone sperimentano una riduzione significativa dei sintomi o una loro completa remissione.
Il percorso di cura permette di reintegrare corpo ed emozione, restituendo continuità all’esperienza di sé.

Dove prima il corpo parlava da solo, gradualmente possono tornare le parole.

Dott.ssa Francesca Milizia
Psicologa – Psicoterapeuta
Sessuologa – Terapeuta EMDR
Riceve a Roma, Palestrina e Valmontone
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🌐 www.francescamilizia.it

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